Il distinguo tra una società in cui conta molto la dipendenza dalla tecnologia e dal mercato, e quei saperi esperienziali -più vicini ad un uso sobrio delle risorse- é visto come un esercizio ideologico.
Io credo che apprezzare questa diversità sia cosa ben più profonda di una valutazione di appartenenza; investa invece i significati di scienza e tecnologia. Perdonate la difficoltà e nello stesso tempo la vaghezza, del discorso che sto per fare, ma seguitemi.
Uno dei principi di base della chimica-fisica afferma che: più è bassa l’energia interna di una reazione, più questa è stabile. Il secondo esempio, ancora più calzante, afferma che un processo è completamente reversibile quando si proceda per piccoli passi.
Facciamo un esempio: poniamo su un piatto di una bilancia sensibile una quantità arbitraria di una sostanza, e trasportiamo poi la sostanza sull’altro piatto granello dopo granello.
Questo sistema ci permette in ogni istante di tornare indietro e di controllare sempre il fenomeno.
Se avessimo utilizzato sistemi simili a questi nello sviluppo delle società, forse ora sapremmo almeno a che punto ci troviamo. Temo invece che con lo “sviluppo” comunemente inteso, si vada verso una reazione caotica, della quale non conosciamo i termini.
Detto ciò, si può ancora abbandonare lo sviluppo caotico per assumere atteggiamenti meno squilibrati e squilibranti?
Si potrà portare con noi, per affidarle a figli e nipoti, quelle regole e costumanze di un vivere più sobrio?Usi che, anche per questo, ci sono stuti affidati?
Pensiamo sia possibile dire a quei popoli che sono stati depredati, di sopportare ancora e di non allinearsi all’odierno modello di sviluppo, quando é solo quella, la cultura che esportiamo?
A queste domande dovremo dare risposte. Esiste in concreto purtroppo, la possibilità che ci si avviti in una spirale tra: bisogni, sviluppo e nuovi bisogni, veri, finti o surrettiziamente creati.
E il limite del vivere attuale e del progettare é figlio proprio della confusione che si ha sul significato di scienza e tecnologia. Aggiungiamo poi, che abbiamo un uso non attento alla limitatezza delle fonti energetiche, e il gioco é fatto.
Il ritorno a comportamenti sobri e sostenibili, quell’atteggiamento cioè, che i gruppi di economia solidale chiamano “decresita”, sarà sufficente a controbilanciare l’aumento del 9 o del 10% dei consumi energetici in paesi come la Cina, l’India e altri?
Sul piano concettuale, ma anche come pratica personale, approvo la decrescita (anche se la chiamerei decremento). Mi chiedo se potrà bastare , vista la forte esposizione.
Al di la che nessuno sa prevedere il futuro, dobbiamo comunque studiare per proporre quei metodi a basso impatto ambientale, e usarli ora; per utilizzarli al meglio, nel momento in cui divenissero gli unici possibili.
Un’ ultima considerazione: i metodi e i comportamenti che ora ci paiono saggi, probabilmente non si propagherebbero intatti, ma si dovranno confrontare con scenari ambientali che nessuno é ancora in grado di visualizzare.
Sergio Bonato